di Martina Fragale

Robert Peroni e la lunga notte inuit

1980: quando incontra per la prima volta la Groenlandia, Robert Peroni è un alpinista ed esploratore piuttosto noto nel suo ambiente. Il giorno in cui accetta di guidare una spedizione nell’isola dei ghiacci, lo fa senza sapere esattamente perché. L’agonismo, la necessità di mantenere – e superare – i record raggiunti lo ha stufato. L’incontro con la Groenlandia e la popolazione inuit di Tasiilaq, innescano una lunga crisi personale che lo porterà ad abbandonare l’Alto Adige per trasferirsi in pianta stabile nel villaggio groenlandese. Da allora sono passati quasi quarant’anni dutante i quali Robert Peroni ha assistito all’incrinarsi di un equilibrio fragile, quello del vecchio mondo inuit. Una crisi che innesca una serie di effetti collaterali a catena ma anche un sogno, o meglio: una reazione. E’ così che nasce il progetto Red House

Nell’83, hai tagliato la Groenlandia coast to coast, nel corso di una spedizione più che avventurosa… Ed è stato colpo di fulmine. Quando ti sei trasferito in pianta stabile?

In Groenlandia, io ci sono arrivato 33 anni fa e per un po’di tempo ho continuato a fare avanti indietro tra l’isola e il mio paese d’origine, il Trentino, dove viveva la mia famiglia. Poi ho comprato una casetta – piccola, tre metri per quattro – e ho fatto il ‘salto’, trasferendomi a Tasiilaq, un paese sulla costa orientale della Groenlandia.

La parte ghiacciata, giusto per capirci.

Esatto, la costa battuta dalle correnti provenienti dal Polo Nord.

Ecco, va bene che venivi da Trentino e non dai tropici… ma trasferirsi in Groenlandia non è propriamente cosa da tutti i giorni. Cos’è che ti ha spinto a cambiare vita in modo così radicale?

Cosa mi ha conquistato della Groenlandia? Difficile dirlo. Pensa, anzi, che io – lì – non ci volevo proprio andare. Quando mi avevano proposto la spedizione dell’ ’83, ero stato lì lì per dire di no. La Groenlandia me la immaginavo tutta bianca, uniforme, noiosa. E soprattutto senza montagne, il che – come capirai – per un alpinista non è cosa da poco.

E poi, che è successo?

Eh… poi sono arrivato qui, ho conosciuto il paese dal vivo e non so spiegartelo, ho sentito che questa società aveva bisogno di me. Questo aspetto – il lato umano – ha giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta. Qui ho trovato degli amici… e quando trovi degli amici, smetti di chiederti il perché di una decisione. Ci sei e basta.

Oggi, dalle nostre parli, si parla tanto di immigrazione: di incontro-scontro con il grande Altro. A Tasiilaq, per la popolazione Inuit, il grande Altro sei stato tu: un italiano che ha deciso di spostare le tende in Groenlandia. Come ti hanno accolto, in quanto diverso?

Bè, sono stati loro a convincermi a rimanere. “Tu sei uno dei nostri” mi hanno detto “Ci porti appoggio, amicizia, hai la capacità di mettere in relazione le persone tra di loro…” Gli Inuit hanno sviluppato una sorta di naturale scetticismo verso l’uomo bianco, ma hanno un’innata capacità di guardare oltre le apparenze. Nel mio caso, per esempio, si sono resi conto che – sotto la pelle di uomo bianco – sono uno di loro.

Così, un giorno, decidi di ‘fare il salto’e ti trasferisci in Groenlandia in pianta stabile. Di cosa vivevi, all’inizio?

In Groenlandia, sono arrivato come esploratore… poi, quando mi sono trasferito, ho fatto cose diverse per vivere. E alla fine, come ti dicevo, ho comprato una casetta che si è trasformata subito in un punto di attrazione. Per gli Inuit, in primo luogo.

Ed è da lì che il Red House Project ha mosso i primi passi.

Esatto. Che poi ti dirò… io, in realtà, volevo che fossero loro – gli amici Inuit, che tanto mi spingevano a fare e disfare – a comprare quella casetta. Non mi stancavo mai di ripeterlo: “Siete voi, che dovete mettere la prima pietra di questo progetto!” La verità, però, è che qui la figura dell’imprenditore non esiste: parlo di mentalità imprenditoriale vera e propria. In genere, è lo Stato che interviene… ed è dallo Stato – quindi – che ci si aspetta un’azione di profilo… diciamo così… imprenditoriale.

E’ stato lo stato danese, quindi, a foraggiare il progetto? A suon di sovvenzioni?

No. Ilgoverno aveva avanzato una proposta che riguardava una sorta di calendario decennale per il turismo, io però mi ero reso conto che si trattava di una risposta inadeguata alla realtà groenlandese. Così mi sono messo in viaggio e sono partito per Nuuk, la capitale della Groenlandia, per discutere la cosa.

E…?

E mi è andata male. “Sei italiano, non conti.”, mi hanno risposto. Io, però, non mi sono dato per vinto: ho capito che, semplicemente, dovevo cambiare tattica e così ho fatto. Mi sono rimboccato le maniche e ho guardato altrove… il che significa che mi sono dato da fare per mettere in piedi un congresso internazionale sul tema “Come fare turismo, oggi, senza rovinare un popolo?” Il Red House Project è nato senza sussidi, senza aiuti di sorta da parte dello Stato, né – tantomeno – supporto pubblicitario da parte delle agenzie di viaggio. Per loro eravamo ‘”troppo filosofici… troppo strani”! Il Red House Project, insomma, è nato così, dopo due-tre anni. Tutta farina del nostro sacco.

“Troppo filosofici, troppo strani”, dicevi: qual è il principale elemento distintivo della vostra esperienza, rispetto al turismo tradizionalmente inteso?

Il nostro è un albergo di destinazione, non una stazione di passaggio. Il che, rappresenta una differenza non da poco rispetto all’attuale tendenza al ‘mordi e fuggi’… dove oggi sei a Madrid, domani a Londra e via dicendo. Chi viene da noi, si ferma: spegne i motori e conosce (conosce veramente) il territorio e i suoi abitanti.

Mesi morti, non ne avete?

No, siamo sempre aperti… anche se, inevitabilmente, nel periodo che va da ottobre a febbraio, le visite che riceviamo sono molto più rade.

Da dove arrivano i viaggiatori (non chiamiamoli turisti) che bussano alla vostra porta?

In inverno, molti vengono dalla Francia, in estate dalla Germania. C’è però anche chi viene dal Canada, da Singapore… addirittura dalle Hawai. Figurati che di recente, tra i nostri ospiti, abbiamo avuto anche due monaci del Butan!

Il tuo progetto nasce con l’obiettivo di offrire attraverso il turismo sostenibile, un’alternativa lavorativa gli Inuit in un momento di forte crisi del loro universo: alcolismo diffuso, disoccupazione alle stelle, incremento dei suicidi giovanili. Perché tutto questo?

Sono gli effetti collaterali della battaglia di Greenpeace contro la caccia alla foca… che rappresentava lo zoccolo duro non solo del sostentamento, ma anche dell’economia inuit.

Su questo punto sei sempre stato molto netto. Eppure, voci eretiche da Greenpeace – come quella di un ‘fuoriuscito’, il Capitano Paul Watson – hanno sottolineato come la battaglia di Greenpeace fosse orientata contro l’eccidio perpetrato dai cacciatori canadesi e non contro gli Inuit che – per ragioni culturali – nella caccia alla foca si sono sempre autolimitati…

E hanno ragione a parlare così. La battaglia di Greenpeace è nata contro lo sterminio delle baby foche e i bersagli sono stati soprattutto Canada e Norvegia. Il problema, però, è la realtà  di fatto: il mondo reale. Facciamo un bilancio: a distanza di anni, il governo norvegese e quello canadese se la sono svangata… e ad essere colpite al cuore dalla campagna, non sono state le alte sfere, ma i più poveri. Gli Inuit. Con ricadute spaventose sul loro mondo. La campagna contro la caccia alle foca, all’inizio, è stata portata avanti tanto da Greenpeace quanto dal WWF… con la differenza che il WWF a un certo punto si è reso conto delle conseguenze devastanti della cosa e ha fatto marcia indietro, chiedendo scusa. Greenpeace no: è andata avanti cavalcando l’onda. E dire che oggi, con tutti i milioni accumulati in quegli anni, potrebbe fare qualcosa di concreto a favore del popolo che hanno affossato…

Al di là della posizione di Greenpeace, la crisi della caccia alla foca non è un fenomeno multicausale? I mutamenti climatici e ambientali non hanno avuto anch’essi un impatto negativo, in questo senso?

No, direi di no. Da noi, a Tasiilaq non ci sono segni visibili del cambiamento in atto… quest’anno, per esempio, abbiamo avuto poco ghiaccio ma l’anno scorso di ghiaccio ne abbiamo avuto eccome: in quantità addirittura eccessive. Con tutto questo, ovviamente, non voglio affatto negare l’esistenza del problema, anzi… penso che prendere atto della sua esistenza abbia un’importanza fondamentale per il nostro futuro; dico solo che in questo caso, i cambiamenti climatici non hanno avuto niente a che fare.

La Commissione Europea, però, ha deliberato a favore degli Inuit, mi pare.

Sì nel senso che ultimamente ha consentito agli Inuit la caccia di sussistenza, ma non la comercializzazione dei prodotti derivati dalla foca (aspetto fondamentale dell’economia inuit). Il problema, quindi, non è stato risolto, con in più, il fatto che si fa passare per concessione quello che invece dovrebbe essere un puro e semplice diritto. Capisci? E’come se ti dicessero: “Ti do il permesso di mangiare”… un paradosso tipico dell’uomo bianco.

Va bene, però permettermi di continuare a fare l’avvocato del diavolo. Il governo danese stanzia un sussidio piuttosto consistente per la Groenlandia: gli Inuit non ne beneficiano?

Certo che ne beneficiano, ma sull’alimentazione il discorso è complesso. Sono abituati da millenni  a nutrirsi di carne di foca: è il loro cibo, perfetto per il tipo di vita che fanno… abbastanza nutriente (la carne di foca lo è, molto!) per climi come quello groenlandese. Credi davvero che la foca cacciata dagli inuit nella loro terra sia sostituibile con le bistecche confezionate che si trovano al supermercato? Senza contare che quelle, gli Inuit non sanno nemmeno cucinarsele. E senza contare che a Tasiilaq esiste solo un negozio (non ti parlo di supermercato) in cui si vende di tutto… carne compresa.

Ok, direi che mi hai convinta. A proposito di sussidi del governo danese… qualche anno fa, in Groenlandia c’è stato un referendum (non vincolante) per la completa indipendenza dalla Danimarca. Cosa ne pensi? La Groenlandia sarebbe pronta a diventare uno stato indipendente? Oppure, in un certo senso, il filtro dell’appartenenza alla Danimarca ha fatto fino a oggi un po’da cuscinetto protettivo?

Tema delicato. Oggi la Groenlandia è una nazione non indipendente, ma comunque autonoma rispetto alla corona danese. Il che significa che certi aspetti della vita politica locale – per esempio, gli esteri e la sicurezza – li controlla ancora la Danimarca. La libertà completa – certo – ha un fascino enorme… ma la realtà dei fatti è un’altra. Essere liberi, significa anche essere soli e noi siamo un paese di 55.000 abitanti. No, io direiche non siamo affatto pronti a diventare una nazione indipendente… per motivi molto concreti: mancanza di figure professionali, assenza di infrastrutture… Lo sai, vero, che qui in Groenlandia la rete stradale è sviluppata solo per pochi chilometri al di fuori delle città? Questo significa che i diversi centri abitati che si annidano sulle coste della Groenlandia, non sono collegati tra di loro. Ci si arriva solo con la slitta o in barca (ma solo nella buona stagione). E poi c’è il tema dei sussidi, che hanno la loro incidenza economica.

Però… volendo vedere la cosa da un altro punto di vista: pare che il riscaldamento globale stia liberando porzioni di terra interessanti dal punto di vista petrolifero e minerario, su al Nord. Con l’indipendenza, la Groenlandia sarebbe libera di gestire in modo autonomo lo sfruttamento di queste ricchezze. In prospettiva – e  a monte di un processo educativo ad hoc – non potrebbe diventare un’alternativa lavorativa ed economica per gli Inuit? Magari in parallelo con uno sviluppo turistico pensato a misura d’uomo e di territorio?

Mah… il ruolo del riscaldamento globale rispetto alle risorse minerarie groenlandesi non va troppo enfatizzato. Il petrolio, è sempre stato estraibile: il problema è che non si trova! Ci hanno già provato diverse società: pensa solo al buco nell’acqua che hanno fatto negli ultimi anni la Statoil (una società norvegese) e gli scozzesi della Cairn Energy. Comunque, al di là del fatto che in Groenlandia il petrolio ci sia o meno, anni fa l’Università di Stoccolma aveva studiato il tema della libertà dell’isola sul versante economico… pensando proprio al problema dello sfruttamento petrolifero e minerario. Dallo studio era emerso che per avere la libertà a costo zero, la Groenlandia dovrebbe dotarsi di almeno 22 impianti di estrazione… il che significherebbe ospitare 22 grandi imprese, ovviamente  non groenlandesi (vista l’assenza di fugure professionali e di infrastrutture di cui ti parlavo).

Va bene, lasciamo perdere l’indipendenza allora. Tra l’altro, a proposito della colonizzazione danese, l’opinione generale degli autoctoni non mi sembra così negativa. Un personaggio politico di spicco come Aleqa Hammond, per esempio, ha detto: “Meno male che abbiamo avuto i danesi e non gli inglesi: nessun danese ha mai ucciso un Inuit.” Sei d’accordo?

Aleqa ha ragione. I danesi non hanno fatto del male agli Inuit: le prime intenzioni, anzi, sono state buone… anche se se poi, si è sbagliato in tanto. In una cosa, soprattutto: i danesi non sono riusciti a conquistare il cuore della Groenlandia, cioè il cuore del suo popolo.

Appunto: parliamo degli Inuit. Si dice che la lingua rifletta il carattere di un popolo. Com’è il groenlandese?

Partiamo da un presupposto: in Groenlandia ci sono non una… ma diverse lingue, almeno tre o quattro. Qui a Tasiilaq, per esempio, nella Groenlandia Orientale, si parla il Tunumiitsuk… anzi, dovrei dire che ‘si parlerebbe’ il Tunumiitsuk: siamo in pochi, da queste parti (3500 abitanti, circa)… di conseguenza, recentemente, il governo ha deciso di ‘eliminare’ (se così si può dire) la nostra lingua e di estendere anche a quest’area il kalaallisut, cioè il groenlandese ufficiale. Detto questo… com’è il groenlandese? Una lingua asintattica, polisillabica: lo si può scrivere come si vuole, perché sulla scrittura non ci sono regole. Il che significa che è una lingua soggetta a cambiamenti rapidi.

Parli di lingue diverse… non bisognerebbe piuttosto parlare di dialetti?

Non si tratta di dialetti veri e propri, ma di qualcosa di molto simile. E’ il riflesso di una migrazione antica. Gli Inuit sono una popolazione di origine asiatica: sono arrivati insieme e poi si sono dispersi, in zone diverse del territorio groenlandese.

Si dice che in groenlandese ci siano 46 modi diversi per dire ‘bianco’, il che implica altrettante distinzioni visive. Il tuo sentirti groenlandese comporta anche un cambiamento di sguardo?

Mi spiace deluderti, ma non è vero che ci sono 46 modi diversi per dire bianco.

Oddio, è una bufala?

Probabilmente è nato tutto dal “Senso di Smilla per la neve”, ma la verità è che per dire ‘bianco’ c’è una parola sola: akisisto. Idem per quanto riguarda la parola neve. Tutti gli altri modi di dire sono sfumature diverse dello stesso concetto.

E del canto, cosa mi dici? Cos’è per gli Inuit, il canto: un’espressione artistica o una modalità comunicativa?

Cosa intendi per modalità comunicativa?

Hai presente quel film… “Quando i bambini giocano in cielo”, di Lorenzo Hendel? Era ambientato proprio in Groenlandia, in una piccola comunità inuit. In una delle scene che mi sono rimaste più impresse, due uomini si fidavano a duello e combattevano tra di loro non con le armi, ma cantando.

Sì, ho capito a cosa ti riferisci: no, quel tipo di sfida non esiste più da tempo. Quanto al canto, gli Inuit sono un popolo shamanico: i canti, hanno iniziato a nascere e a diffondersi, quando lo shamanesimo si è ritirato. Qui da noi, a Est, c’è un canto per la donna e un canto per l’uomo. Gli Inuit sono un popolo romantico e nel canto, questo si sente. A volte li vedi uscire di casa con la chiatarra, cantare…e piangere. Ora, però, le cose sono cambiate parecchio. Complici, la diffusione di internet e la televisione. A proposito della sfida attraverso il canto a cui ti riferisci, invece, la prospettiva è un po’diversa dall’impressione che hai avuto tu.

Cioè?

E’vero che i due personaggi in questione ‘se le cantavano’ nel vero senso del termine… la vittoria dell’uno sull’altro, però, è stata determinata non dal canto, ma dalle risate del ‘pubblico’: cioè, dei componenti della tribù che assistevano alla sfida. In una parola, l’elemento decisivo della sfida non è stato il canto, ma la risata.

Già. Le risate: che nella cultura inuit giocano un ruolo di primo piano. Non si dice che andare a trovare qualcuno significa ‘portare le risate’?

Sì, è proprio così che funziona. Di solito qui, quando vai a trovare qualcuno, entri in casa, ti lavi le mani e ti siedi a mangiare per terra. Dopodiché ridi: porti le risate in dono a chi ti ospita. Esattamente come se gli portassi un mazzo di fiori, o dei cioccolatini.

Senti, visto che prima mi hai smontato una bufala – quella sui 46 modi di dire bianco – dimmi un po’. Ma quella bellissima leggenda sull’aurora boreale esiste veramente nella cultura inuit? O è una bufala pure quella?

No, quella è vera. Secondo gli Inuit, l’aurora boreale – cioè le bellissime onde di luce colorata che si alzano verso il cielo – sono le anime dei bambini morti che giocano a palla. Quando dico anima, ovviamente, non devi pensarla nell’accezione cristiana. Per gli Inuit, innanzitutto, non c’è un’anima… ce ne sono diverse: una, per esempio, viene conferita al neonato dai genitori attraverso il nome, che per gli Inuit non rappresenta una semplice etichetta.

Già, si dice che si scelga il nome di un parente defunto da poco e che il conferimento del nome al neonato, garantisca anche la reincarnazione del defunto. Niente Oltretomba, quindi? Nessun Inferno?

Nessun Inferno. Quanto all’Oltretomba… la questione è a monte: gli Inuit non ci pensano, nel senso che non pensano al futuro… non si pongono il problema. La parola futuro, nel loro vocabolario, non esiste proprio.  

A proposito di morte, per concludere c’è una cosa che vorrei chiederti. Una delle conseguenze della crisi del mondo Inuit è – oltre alla disoccupazione e alla diffusione a macchia d’olio dell’alcolismo – una preoccupante impennata del tasso di suicidi, soprattutto giovanili. In un tuo libro parlavi di una sorta di ‘suicido tradizionale’ dei vecchi che quando si rendono conto di essere un peso per la comunità ‘si fanno da parte’ spontaneamente (una specie di eutanasia). Ecco, la mia domanda è: l’attuale suicidio dei giovani, è un punto di frattura o – di fatto – si pone in continuità rispetto alla mentalità tradizionale?

Ovviamente posso darti solo la mia opinione, non dei dati di fatto. Personalmente credo che ci sia più che altro continuità rispetto alla mentalità tradizionale.

Nel senso che anche i giovani, quando si percepiscono come un peso per la comunità, tendono a farsi da parte?

Sì. Però non dimentichiamo anche un altro aspetto: gli Inuit, come ti dicevo, sono un popolo romantico.  -molto romantico – e nel suicidio, vedo anche questo. Il sogno di andare ‘oltre’.


The LIGHT side of the NIGHT

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