di Martina Fragale

Alessandro Belleli, antropologo ed esperto di popoli e culture dell’Artico, vive a
Tromsø da sei anni e qui, nel nord della Norvegia, continua la sua attività di ricerca collaborando anche con la Rai nell’ambito di un progetto sulle comunità Sami e sull’industrializzazione petrolifera del Nord. Il punto di partenza della sua attività scientifica, rimane comunque la Groenlandia: un paese di cui Alessandro Belleli tende a mettere in evidenza soprattutto i chiaroscuri. E una carrellata di storie che raramente vengono raccontate.

Crisi degli Inuit: se ne parla molto e da molto tempo. Da studioso ma anche da conoscitore diretto della Groenlandia e della sua popolazione, qual è la tua visione?

Bè, diciamo che si tratta di una questione complessa: difficile dare una risposta. Soprattutto ci sono molte domande. Poi oddio, “crisi”… dipende che significato dai a questa parola. Puoi spiegarmi meglio cosa intendi?

Parlo del significato più diffuso: crisi intesa come battuta d’arresto. Nello specifico, mi riferisco a manifestazioni concrete come diffusione dell’alcolismo, disoccupazione alle stelle, incremento esponenziale dei suicidi e – allo stesso tempo – crisi culturale, intesa come perdita delle proprie radici.

Ecco, in questo senso c’è davvero molto da dire e da spiegare.

… Il che significa che non la vedi proprio come una crisi a tutto tondo, giusto?

Dipende. Per esempio, si parla molto del problema dell’alcolismo in Groenlandia quando peraltro il consumo di alcol è tendenzialmente più basso che in Danimarca, a livello procapite. Il discorso dovrebbe essere spostato piuttosto sul piano fisiologico. Chi non si è molto mischiato con i Danesi e ha un DNA più – diciamo – “puro” (passami il termine) ha delle difficoltà oggettive a metabolizzare l’alcol: può anche bere poco, ma reagisce come un neonato. Il focus del discorso, quindi, dovrebbe essere spostato dal consumo agli effetti. Poi credo che sia sbagliato ridurre tutto al problema dell’alcolismo. Io per esempio ho conosciuto persone molto creative, molto interessanti… gioiose – sì, proprio così – soprattutto per quanto riguarda l’accoglienza e la capacità di comunicare a livello umano. Chiaramente ci sono dei problemi reali… non si può negare che il tasso di suicidi non sia alto, ma questo non è un problema esclusivamente groenlandese. Esiste anche in altre zone dell’Artico e del mondo, quindi di fatto è un discorso un po’ più ampio. Per quanto riguarda i suicidi, i più colpiti sono i giovani maschi: si tratta di un problema spesso legato all’urbanizzazione quasi forzata della Groenlandia, che è il risultato del processo di danesizzazione dell’isola.

Si tratta di un fenomeno recente?

No, è stato portato avanti diversi anni fa e dipendeva da una precisa scelta politica: introdurre nell’isola il modello danese di welfare. Con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso, nel senso che se qualcuno vuole avere un sistema di welfare capillare deve centralizzare per contenerne i costi. Succede anche qui, in Norvegia, e c’è un dibattito notevole rispetto al rapporto tra zone rurali e aree urbane. Considera che la definizione di urbano nell’Artico è molto diversa in confronto alla nostra. Si tratta cioè di cittadine e paesi molto più piccoli rispetto ai nostri canoni, in un contesto però in cui prima dell’urbanizzazione le zone abitate erano solo dei minuscoli insediamenti. Ovviamente spostando le persone dai loro insediamenti abituali a delle cittadine strutturate, è chiaro che diverse cose cambino e altre si perdano: dai rapporti sociali al modo di vivere insieme, per esempio.

Si è trattato di un’urbanizzazione forzata?

Diciamo che sono stati dati dei forti incentivi. Contemporaneamente, poi, c’è stato il problema della foca che ha contribuito non poco in questo senso…

Parli dello spinoso tema della caccia alla foca o meglio… del fatto che sia stata bandita su impulso delle campagne di Greenpeace?

Non esattamente. E’ l’importazione e il commercio delle pelli e dei derivati della foca che è stato bandito dall’Europa, non la caccia: quella è ancora legale ma ha perso il suo mercato principale e quindi la sua ragione d’essere – dal punto di vista economico – fra gli Inuit groenlandesi. Tutto questo è nato da una campagna piuttosto miope (vedi quella fatta da Brigitte Bardot) diretta contro la caccia alla foca. In questo modo (con la messa al bando del commercio in Europa) questa attività è stata condannata a estinguersi, con pesanti conseguenze sul ruolo del cacciatore. Questa figura, tempo fa (e tutt’ora) molto significativa nella cultura tradizionale groenlandese, ha finito per perdere il peso e il ruolo che rivestiva e ha poi spesso trovato come unico rifugio i sussidi danesi, l’alcolismo e talvolta anche il suicidio.

E in questa fase la trasmissione della cultura tradizionale si è andata a perdere?

Non esattamente. Dal mio punto di vista – e questa è un’interpretazione personale – i valori di base di prima, quelli che permettevano di essere “persone di successo” nel senso inuit del termine, cioè di vivere bene e prosperare, sono molto diversi dai valori che servono per affermarsi nel contesto attuale.

Quali erano i valori della vecchia società inuit?

La forza fisica, l’integrità fisica e morale, la generosità, il fatto che non servisse essere molto comunicativi (parlo di comunicazione basata sulla parola)… tutte caratteristiche che nel contesto della società moderna si perdono. E’ chiaro quindi che se una famiglia tradizionale trasmette questi valori ai figli, i bambini possono avere difficoltà a trovare il proprio ruolo all’interno del mondo che li circonda. Chi invece riesce a mantenersi in una posizione intermedia fra il moderno ed il tradizionale e a sviluppare più competenze, più “appartenenze” si trova a giocare un ruolo privilegiato. In questo senso, poi, tieni conto del fatto che l’insegnamento, in Groenlandia, è in danese quindi i più svantaggiati sono sicuramente quelli che vengono da contesti tradizionali, dove si parla solo groenlandese.

Chiaro, la lingua come mezzo di intermediazione può rappresentare una barriera o un’opportunità a seconda del punto di vista da cui si guarda.

Sulla questione linguistica è in atto un dibattito enorme. Il danese prevale perché è da lì – dalla Danimarca – che sono arrivate le competenze legate al mondo occidentale, è in quell’ambito che è vissuta l’autorità… e qui entriamo nel campo delle percezioni.

Così, di primo acchito, la tua non sembra una visione di crisi in total black.

I valori e le competenze che servono adesso in Groenlandia sono trasversali e in realtà ci sono tante persone che si sono sviluppate in questo senso: il problema è che raramente vengono raccontate le loro storie. In realtà ci sono tanti uomini e donne che “ce la fanno”, che – puta caso – vanno a studiare a New York e poi tornano… Sono cose che io, nel mio percorso, cerco sempre di mettere in evidenza e negli ultimi tempi ho visto che finalmente anche alcuni media nazionali danesi stanno cercando di dare voce a queste storie. Perché è sempre facile parlare di alcolismo! A livello narrativo, raccontare la triste storia di una popolazione indigena oppressa, vittima del cambiamento climatico e della modernità, funziona.

E secondo te in questo tipo di narrazione non c’è nulla di vero?

Sì, ma  solo fino a un certo punto. La realtà è molto più complessa e ci sono un sacco di sfumature e di storie alternative che devono essere raccontate, altrimenti tutto rimarrà sempre così: monolitico.

Raccontaci una delle storie in cui ti sei imbattuto.

Più che una storia, posso raccontarti un aneddoto. Ero appena arrivato a Kangerlussuaq, un posto impressionante tanto per la natura quanto per gli echi sinistri della guerra fredda. Il giorno del mio arrivo ero andato in un piccolo supermercato dove avevo visto delle gigantesche pile di carne, 2 metri quadri o giù di lì, messe su dei pallet. Mi ero detto: “Cos’è questa roba? Non sarà mica una balena!” Il giorno dopo, inizio a parlare coi locali ed ecco che mi si avvicina un ragazzo inuit sui 16 anni. Tira fuori un iPhone (era il 2011) e mi dice che vuol farmi vedere delle foto. E’ tutto entusiasta: “Guarda qui, questa l’abbiamo cacciata io e mio padre ieri!” e mi mostra una balena, sicuramente quella che avevo visto il giorno prima, dopodiché mi fa ascoltare una canzone tra il rap e l’hip hop. “Queste sono le mie canzoni, le ho scritte io!” mi dice orgoglioso. Insomma, questo ragazzo era davvero un bel mix: cacciatore di balene, come i suoi avi, ma anche rapper e molto avanti per quanto riguarda l’uso delle nuove tecnologie. Ecco, questa è una cosa normalissima in Groenlandia! Il mio incontro non è stato un’ eccezione: in Groenlandia è questa la normalità: i paradossi culturali, i mescolamenti, sono all’ordine del giorno. Questo, poi, non succede solo in Groenlandia ma in tutto il mondo, dal Nord della Norvegia al Sahara. Ecco, secondo me anziché raccontare le storie dei popoli vergini e intatti – che fanno breccia perché rispondono a come vogliamo vedere le cose, semplificandole e rendendole facilmente classificabili – bisognerebbe raccontare la realtà per quello che è.

Cioè?

Cioè un gran casino, molto complessa ma molto, molto più interessante delle nostre pigre semplificazioni! La realtà non è in bianco e nero: è grigia. E proprio per questo è molto più colorata e affascinante. E’ su queste basi che può nascere l’incontro umano. Ho lavorato nel turismo e in questo campo ho sempre cercato di mettere in comunicazione persone di tutto il mondo con realtà locali, tentando di creare un ponte che non vada in direzione di un’idea preconfezionata… anche se certo, ragionare secondo i soliti binari è più facile, perché semplifica la realtà. La complessità, d’altra parte, è difficile da gestire. E’ per questo che a volte le persone reagiscono con delle reazioni identitarie di rifiuto dell’altro o di vera e propria xenofobia.

Torniamo alle storie: cervelli in fuga che poi ritornano, ce ne sono?

Sì, ce ne sono eccome. In Groenlandia si sta cercando di formare una classe di giovani che abbiano un livello di scolarizzazione più alto e possono proprio essere queste persone che vanno a sostituire i danesi nelle associazioni culturali, nelle scuole, negli ospedali… Esistono settori, nel pubblico, in cui c’è una vera e propria carenza di personale con una formazione adeguata. La migrazione di ritorno dei cervelli in fuga va proprio a riempire queste carenze. Ho un’amica, per esempio, che collabora per le Nazioni Unite e ha studiato a New York, una persona molto impegnata nella causa Inuit. Ci sono sempre più esempi di questo tipo. La mia amica, per esempio, appartiene a una famiglia di cacciatori: è una figura trasversale, quindi, come tante altre. Personalmente mi auguro che questo tipo di profili riescano a emergere e a svolgere sempre più un ruolo di primo piano. E spero che riescano anche a mettere i cosiddetti – pochi – “duri e puri” in condizione di aver voce in capitolo e di poter essere dei referenti per quanto riguarda la cultura tradizionale.

C’è un settore specifico in cui è più facile incontrare profili trasversali?

Bè, in ambito artistico potrei citarti molti esempi, come Jiulie Edel Hardenberg, la principale artista groenlandese. Il mondo dell’arte è un contesto estremamente vitale da questo punto di vista… che poi, in Groenlandia l’arte e la politica nella maggior parte dei casi sono strettamente connesse: molti politici, per esempio, sono anche artisti.

Parliamo di percezioni: come sono visti i Danesi, dagli Inuit?

È difficile dirlo. In primo luogo non bisogna dimenticare che per gli Inuit, i Danesi sono “famiglia”. C’è stato molto mixage: sono tanti, quelli che hanno parenti in Danimarca o che sono sposati e hanno avuto figli insieme a Danesi. Parallelamente, poi, c’è un discorso legato all’autorità e al rapporto con essa. Si tratta quindi di una percezione complessa e tutt’altro che univoca.

Si parla molto – e in termini spesso catastrofisti – del ritrovamento di uranio e dell’apertura di miniere in Groenlandia, una questione che è anche politica se considerata in relazioni ai movimenti orientati a ottenere l’indipendenza dalla Danimarca.

Alcune voci autorevoli del panorama groenlandese hanno messo in risalto quella che dal mio punto di vista è la prospettiva più realistica. Anche in questo senso dobbiamo partire dal tema delle percezioni, o meglio della nostra percezione dei nativi groenlandesi. In linea di massima, noi – parlo ovviamente di un Noi molto allargato – tendiamo a vedere gli Inuit come un popolo indifeso, vittima della modernità. In parole povere, vogliamo mantenere la Groenlandia come una riserva. Guardando le cose da un altro punto di vista, però (cioè il loro) dobbiamo pensare che quello è il paese in cui vivono giorno dopo giorno, quotidianamente. In questo senso il discorso cambia e influiscono diversi fattori che noi (in un’ ottica di puro viaggio o comunque di parentesi) ovviamente non consideriamo. C’è per esempio il problema della convivenza con una natura che è molto diversa da quella italiana: basti pensare all’orso polare. C’è poi lo spinoso tema del cambiamento climatico e delle sue conseguenze in tutti i rami. Ecco, credo che la questione estrattiva vada contestualizzata alla luce di questi e di altri fattori, ivi compresa la volontà politica di conseguire l’indipendenza anche attraverso l’industria mineraria… con tutte le conseguenze e le contraddizioni del caso, da un punto di vista di impatto ecologico. Chiaro che la cosa provoca da parte nostra una generale alzata di scudi, ma il contesto in cui vivono loro è totalmente diverso. E poi diciamocelo, a volte forse certe nostre prese di posizione a priori sono anche un po’ un modo per lavarci la coscienza considerando che i principali consumatori energetici, siamo noi. Diverso è il discorso in altri contesti, per esempio qui in Norvegia. La Norvegia è un paese indipendente e sviluppato… quindi sì, nel suo caso credo potrebbe permettersi una politica energetica più sostenibile.

La Norvegia? Pensavo si trattasse di una nazione modello per quanto riguarda le politiche ecologiche.

La Norvegia sostiene di essere una delle nazioni più “verdi” al mondo e in effetti ha una politica green molto sviluppata. Allo stesso tempo, però, la Norvegia è uno dei principali produttori europei di gas e di petrolio. A conti fatti, è un po’ come se il governo distinguesse il discorso della produzione da quello del consumo. Dello stile: “Ma io estraggo, mica produco CO2!” Vero, ma se poi lo vendi significa che ne incrementi il consumo, no?


The LIGHT side of the NIGHT

The LIGHT side of the NIGHT

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *